Intolleranze alimentari: tanti test e poca chiarezza

intolleranze alimentari

Le intolleranze alimentari sono reazioni avverse successive all’ingestione di uno o più alimenti con meccanismi che dipendono dalla dose ma che non coinvolgono il sistema immunitario. Si presentano spesso con sintomi a carico dell’apparato gastrointestinale (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, meteorismo) più o meno consistenti in base alla quantità di alimento ingerito.

Non sono da confondere con le allergie alimentari, che si presentano solitamente con reazioni ben più gravi e sono determinate da una risposta eccessiva del sistema immunitario verso determinati allergeni presenti in alcuni alimenti. Tipici esempi sono: l’allergia alle arachidi, ai crostacei, al frumento, alle proteine dell’uovo o alle proteine del latte (che non è la stessa cosa dell’intolleranza al lattosio).

Intolleranze alimentari e aumento di peso: un mito da sfatare

L’aumento di peso non rientra tra i possibili sintomi delle intolleranze. Anzi, potrebbero al limite determinare una perdita di peso perché molte intolleranze si concretizzano sostanzialmente in un malassorbimento di alcuni nutrienti.

L’equivoco, spesso sfruttato da chi vuole vendere test per le intolleranze, è interpretare le sensazioni di gonfiore (addominale o da ritenzione idrica) come aumento di peso legato all’ipersensibilità ad alcuni alimenti. Il rischio è quello di escludere diversi cibi o intere categorie di alimenti per mesi o anni, seguendo diete irragionevolmente restrittive, sulla base di test poco attendibili e non validati scientificamente.

Guarda caso, questi test risultano “positivi” nel 90% dei casi (ossia quasi sempre) e gli alimenti più spesso individuati come “incriminati” sono: i cibi lievitati, il grano, i latticini, le uova o il pomodoro. Alcuni test sono proposti come in grado di identificare centinaia di possibili intolleranze, molte delle quali, è bene dirlo, non esistono nemmeno.

È evidente poi che eliminando dalla dieta pane, pasta, pizza, formaggi, uova e alimenti che li contengono avverrà una perdita di peso. Ma certamente non per aver escluso le cause dell’intolleranza, banalmente perché abbiamo drasticamente eliminato una grossa fetta delle calorie quotidiane.

Il proliferare d test discutibili per le intolleranze alimentari, insieme alla diffusa convinzione che le intolleranze alimentari siano numerose e provochino un aumento di peso, ha reso necessario che le principali Società Scientifiche prendessero una posizione a riguardo, stilando un decalogo per sensibilizzare la popolazione sul tema.

Le 10 regole per gestire le intolleranze alimentari

Documento condiviso dalle Società Scientifiche di Allergologia, di Nutrizione, di Gastroenterologia, di Diabetologia, dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e dal Ministero della Salute.

  1. Le intolleranze alimentari non sono responsabili di sovrappeso e obesità, che sono condizioni causate prevalentemente da uno stile di vita inadeguato. Le intolleranze alimentari “vere” sono poche e possono indurre disturbi gastrointestinali o di altro genere.
  2. No all’autodiagnosi ed ai test effettuati direttamente presso i centri laboratoristici senza prescrizione medica. Se si sospetta una reazione indesiderata a seguito dell’ingestione di uno o più alimenti è necessario rivolgersi al proprio medico, che valuterà l’invio allo specialista competente. Lo specialista è in grado di valutare quali indagini prescrivere per formulare la diagnosi più corretta.
  3. Non rivolgersi a personale non sanitario e attenzione a coloro che praticano professioni sanitarie senza averne alcun titolo. Spesso i test non validati per la diagnosi di intolleranza alimentare, vengono proposti da figure professionali eterogenee, non competenti, non abilitate e non autorizzate, anche non sanitarie. Non effettuare test per intolleranze alimentari non validati scientificamente in qualsiasi struttura, anche sanitaria. Solo il medico può fare diagnosi.
  4. Diffidare da chiunque proponga test di diagnosi di intolleranza alimentare per i quali manca evidenza scientifica di attendibilità. I test non validati sono: dosaggio IgG4, test citotossico, Alcat test, test elettrici (vega-test, elettroagopuntura di Voll, bioscreening, biostrengt test, sarm test, moratest), test kinesiologico, dria test, analisi del capello, iridologia, biorisonanza, pulse test, riflesso cardiaco auricolare.
  5. Non escludere nessun alimento dalla dieta senza una diagnosi ed una prescrizione medica. Le diete di esclusione autogestite, inappropriate e restrittive possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile e, nei bambini, scarsa crescita e malnutrizione. Possono inoltre slatentizzare disturbi alimentari. Quando si intraprende una dieta di esclusione, anche per un solo alimento o gruppo alimentare, devono essere fornite specifiche indicazioni nutrizionali, per assicurare un adeguato apporto calorico e di macro e micronutrienti.
  6. La dieta è una terapia e pertanto deve essere prescritta dal medico. La dieta deve essere gestita e monitorata da un professionista competente per individuare precocemente i deficit nutrizionali e, nei bambini, verificare che l’accrescimento sia regolare.
  7. Non eliminare il glutine dalla dieta senza una diagnosi certa di patologia glutine correlata. La diagnosi di tali condizioni deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, seguendo le linee guida diagnostiche.
  8. Non eliminare latte e derivati dalla dieta senza una diagnosi certa di intolleranza al lattosio o di allergie alle proteine del latte. La diagnosi di intolleranza al lattosio o allergie alle proteine del latte deve essere effettuata in ambito sanitario specialistico e competente, tramite test specifici e validati.
  9. A chi rivolgersi per una corretta diagnosi? Medico (dietologo, medico di medicina generale, pediatra di libera scelta, allergologo, diabetologo, endocrinologo, gastroenterologo, internista, pediatra).
  10. Non utilizzare internet per diagnosi e terapia. Il web, i social network ed i mass media hanno un compito informativo e divulgativo e non possono sostituire la competenza e la responsabilità del medico nella diagnosi e prescrizione medica.
Quante e quali sono quindi le vere intolleranze alimentari?

Le intolleranze si distinguono in 3 tipologie:

  1. Intolleranze enzimatiche, causate dalla mancanza di enzimi necessari per la metabolizzazione di una certa sostanza. Rientrano in questa categoria: l’intolleranza al lattosio, il favismo e l’intolleranza al glutine (celiachia).

  1. Intolleranze farmacologiche, dovute alla reattività verso determinate molecole presenti in alcuni alimenti. Sono ad esempio le intolleranze a:
  • Istamina contenuta in: formaggi stagionati, alimenti fermentati (crauti, kefir, yogurt, miso), crostacei, pesce affumicato, pesce in scatola (tonno, sgombro, acciughe e sardine), insaccati e affettati, pomodori, spinaci, vino, birra, aceto di vino e lievito di birra.
  • Tiramina contenuta in: formaggi stagionati, vino, birra, lievito di birra, aringa, salsa di soia.
  • Feniletilamina contenuta nel cioccolato e nel vino rosso.
  • Caffeina contenuta nel caffè, nelle bevande commerciali e in alcuni integratori per lo sport.
  • Capsicina contenuta nel peperoncino.
  • Miristicina contenuta nella noce moscata.
  • Alcol Etilico contenuto nelle bevande alcoliche.
  1. Intolleranze da meccanismi non definiti. Sono reazioni legate all’assunzione di additivi utilizzati nell’industria alimentare come coloranti, addensanti, conservanti, antimicrobici, antiossidanti. I più comuni sono: solfiti, nitriti, nitrati, benzoati, glutammato di sodio, aspartame e sorbitolo.
Quali sintomi danno?

Le intolleranze alimentari si manifestano con sintomi prevalentemente localizzati a carico dell’apparato gastrointestinale e consistono in gonfiore addominale, alterazione dell’alvo, dispepsia, dolori addominali e nausea. Possono provocare anche cefalee o problemi dermatologici come rush cutanei, prurito e orticaria.

I sintomi, al contrario delle allergie, sono dipendenti dalla dose: piccole quantità danno reazioni lievi o addirittura nessuna reazione evidente.

Come si fa la diagnosi?

La diagnosi può essere fatta solamente da un medico, dopo un’attenta anamnesi e solo dopo aver indagato ed escluso una possibile allergia alimentare.

L’indagine utilizzata consiste nell’individuare l’alimento sospetto, eliminarlo dalla dieta per 2-3 settimane e poi reintrodurlo per altre 2-3 settimane. Se i sintomi scompaiono durante il periodo in cui viene abolito l’alimento e si ripresentano nel momento in cui viene reintrodotto nella dieta si tratta di una reazione avversa al cibo. A questo punto si verifica, attraverso test diagnostici, se è coinvolto il sistema immunitario e se si tratta pertanto di un’allergia. In caso contrario il disturbo è molto probabilmente dovuto a un’intolleranza.

Esistono pochi test validati per individuare un’intolleranza alimentare. Abbiamo, per esempio, il Breath test per l’intolleranza al lattosio o la ricerca degli Anticorpi Antitransglutaminasi in caso di Celiachia.

Terapia

In caso di intolleranza diagnostica è importante impostare una corretta terapia nutrizionale, eliminando definitivamente o temporaneamente gli alimenti identificati come causa dei sintomi, con uno schema a rotazione, per poi individuare le dosi eventualmente tollerate.  Questo discorso non vale per la celiachia o il favismo dove l’esclusione deve essere totale e non si può parlare di dosi “tollerate”.

Gli alimenti eliminati devono essere sostituiti con alternative valide ovvero prodotti che abbiano valori nutrizionali simili per mantenere la dieta varia e completa e non incorrere nel rischio di sviluppare carenze. Questo può essere fatto con l’aiuto del medico di famiglia o con una specialista del campo della nutrizione (dietista, dietologo o nutrizionista).

Test alternativi NON validati

Accanto alle procedure comunemente utilizzate nella diagnosi di reazione avversa agli alimenti, esistono metodiche alternative per le quali manca sia l’attendibilità e che l’evidenza scientifica.

Ecco cosa ci dicono a riguardo le seguenti Società Scientifiche: Società Italiana di Diabetologia (SID), Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), Associazione Medici Diabetologi (AMD), Associazione Nazionale Dietisti (ANDID), Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE) e Società Italiana dell’Obesità (SIO).

Dosaggio IgG 4: “Attualmente esame molto praticato nei laboratori di analisi o nelle farmacie, poiché di facile accesso. È stato dimostrato che il dosaggio di IgG4 specifiche non è rilevante nella diagnosi delle allergie alimentari poiché tale dosaggio non individua i soggetti con allergie IgE mediata, creando un grave rischio di reazione avversa nel caso non vengano individuati gli allergeni responsabili.”

Test citotossico o test di Bryan: “Consiste nell’aggiunta in vitro di un allergene al sangue intero o ad una sospensione leucocitaria del paziente con successive modificazioni morfologiche delle cellule fino alla loro completa citolisi, in caso di intolleranza all’alimento. L’American Accademy of Allergy and Immunology ritiene il metodo inattendibile; non c’è correlazione tra i risultati del test e la sintomatologia; inoltre, test ripetuti danno risultati diversi”

Alcat test: “Variante automatizzata del test di Bryan, anch’esso non ha dimostrato attendibilità diagnostica”

Test elettrici: “Elettroagopuntura di Voll (EAV), Bioscreening, Biostrengt test, Sarm test, Moratest, Vega test, misurano lungo i meridiani classici dell’agopuntura cinese o altri canali una micro-corrente elettrica. Il presupposto teorico e che sia possibile leggere i potenziali elettrici cellulari, e che dalla variazione di questi e dalla rapidità di trasmissione dello stimolo elettrico sia possibile ricavare informazioni circa la funzionalità dei distretti interessati. Si tratta di test non riproducibili, non attendibili.”

Test kinesiologico: “Si effettua facendo tenere in una mano al paziente una boccetta contenente l’alimento. L’esaminatore valuta la forza muscolare dell’altra mano. Un decremento di forza rappresenta la positività del test. Non esiste ovviamente una base teorica a supporto. Il test e dunque privo di qualsiasi attendibilità diagnostica.”

Dria test: “Consiste nella somministrazione per via sublinguale, dell’estratto allergenico seguito dalla valutazione della forza muscolare per mezzo di un ergometro. Il test e considerato positivo quando si manifesta una riduzione della forza muscolare dopo 4 minuti dalla somministrazione sublinguale dell’estratto. Questa tecnica e priva di efficacia e di fondamento scientifico.”

Analisi del capello: “Viene utilizzata con due modalità. 1) Per lo studio della carenza di oligoelementi e da eventuale eccesso di metalli pesanti. 2) Utilizza le variazioni di frequenza di un pendolo, la metodica appartiene più alla sfera della “magia” risultando, pertanto, inappropriata per la diagnosi delle allergie e/o intolleranze alimentari.”

Iridologia: “Valuta attraverso l’osservazione diretta dell’iride, il livello di salute di un soggetto. Anche questo test non e basato su evidenze scientifiche.”

Biorisonanza: “Si basa sull’ipotesi che l’organismo possa emettere onde elettromagnetiche (buone o cattive). Si usa un apparecchio in grado di filtrare le onde emesse dall’organismo e rimandarle riabilitate al paziente. Le onde patologiche vengono rimosse, con questo strumento al fine di trattare la patologia. Non esiste alcuna prova scientifica a tale proposito.”

Pulse test: “Si basa sull’ipotesi che la reazione avversa all’alimento somministrato per bocca, per iniezione o per inalazione, sia in grado di modificare la frequenza cardiaca. La modificazione di 10 battiti al minuto è considerata una risposta positiva, anche se non è chiaro se risulti significativo, l’incremento o la diminuzione o entrambe dei battiti. Non vi è alcuna evidenza scientifica.”

Riflesso cardiaco auricolare: “L’alimento viene posto a 1 cm dalla cute e la sostanza in questione dovrebbe modificare il polso radiale. Come test vengono utilizzati estratti liofilizzati di alimenti posti in speciali filtri. Privo di alcun fondamento scientifico.”

Approfondimenti utili

Intolleranza al lattosio: come gestirla in modo semplice.

Intolleranza al glutine: celiachia e gluten sensitivity non solo la stessa cosa.

Istituto Superiore di Sanità: Le intolleranze alimentari.

Dieci regole per gestire le intolleranze alimentari: Documento condiviso.

Position Statement su Allergie, intolleranze alimentari e terapia nutrizionale dell’obesità e delle malattie metaboliche.

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